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Erodoto 108 – numero 31

10,00

Un paese non può essere racchiuso dentro stereotipi da locandina turistica. Ma per l’Argentina, questo comandamento non vale. L’Argentina è mate, asado y tango e il calcio. Il numero 31 è un addentrarsi nel viaggio possibile, nel viaggio sostenibile, legato alla prossimità e alla lentezza assieme a Michele Marziani, Antonio Cederna, Tito Barbini, Paolo Ciampi, Elena Dak e tanti altri.

Numero: 31 / estate 2021
Dossier: Spazio Argentina
Formato: 19×27
Pagine: 112
ISBN: 9791280219152

Informazioni aggiuntive

Peso 0,2 kg
Dimensioni 19,20 × 0,8 × 27 cm
COD: 9791280219152 Categorie: , , Tag: Product ID: 935

Descrizione

Un paese non può essere racchiuso dentro stereotipi da locandina turistica. Ma per l’Argentina, questo comandamento non vale. L’Argentina è mate, asado y tango. Il calcio. Maradona non meritava di morire, che sventolino per lui le bandierine rosse del gauchito gill. E Messi non dovrebbe mai scendere dal piedistallo dei piccoletti benedetto dagli dei del pallone. Il tango è meraviglia, si ascoltava (e si ascolta) nei bordelli, nelle milongas e nei salotti delle buone famiglie. La sua parola magica è tornare, è un ballo che racchiude tutta l’ansia di un andare. Il tango fa dimenticare senza dimenticare: ‘el viajero que huye, tarde o temprano detiene su andar…’

 

Hanno collaborato a questo numero:
Carlotta Alaura, Adriana Altamirano, Fiorella Baldisserri, Tito Barbini, Fabio Bertino, Alberto Bile Spadaccini, Massimo Borghi, Martina Castagnoli, Nazim Comunale, Susanna Cressati, Marco D’Aponte, Elena Dak, Simone Donati, Davide Dutto, Lorenzo Franchini, Gianni L’Abbate, Marino Magliani, Francesca Mazzoni, Giovanni Mereghetti, Piero Meucci, Davide Palmisano, Andrea Semplici, Letizia Sgalambro, Carlos Henrique Souto, Alessandro Venier, Lucio Yudicello.

Labirinto inspiegabile Che numero strampalato, questa volta! Merita un inelegante punto esclamativo. Forse risente dei tempi, estate 2021, e della confusa speranza (illusione?) che si possa affrontare una vita sfiorando il virus, che si possa viaggiare tenendo a ragionevole distanza il Covid. Non è necessaria una bussola per muoversi nelle pagine di questo Erodoto estivo, ma io, fossi in voi, mi legherei a un filo per poter tornare, in qualche modo, a “casa”, qualunque essa sia e dovunque si possa trovare. Massimo Borghi, grande fotografo fiorentino, usa obiettivi decentrabili e raffinati meccanismi di stiching per negarci la possibilità di sapere dove sono state scattate le sue foto. Le città, le strade, i folli grattacieli rimangono senza nome. Il cielo è perennemente bianco (è negata perfino la pioggia senza fine di Blade Runner), le luci non mostrano alcun colore. Gli abitanti delle post-metropoli non sono importanti, le città appaiono deserte. Non sapremo mai dove ci troviamo: a Kuala Lampur o ad Abu Dhabi? Dobbiamo ancora decidere: il lavoro di anni di Massimo Borghi ci terrorizza oppure ci affascina? Una volta, a Marsiglia, ho dormito all’Unitè d’Habitation (la Città Radiosa) progettata, nell’immediato dopoguerra, da Le Corbusier: immenso palazzo sperimentale. All’ingresso ne ero spaventato, ma ricordo una bella notte, popolata di sogni dolcissimi. Che numero strampalato! È possibile balzare dall’irrealtà al reale delle post-metropoli a Cà de’ Fabbri, frazione del comune di Minerbio, paese emiliano di poco più di mille abitanti. Se nei mesi duri della pandemia riuscivate ad arrivare alle porte sempre aperte del cinema Mandrioli, potevate affacciarvi alla sua sala vuota: Morris, «il cinemaio», ogni sera, proiettava un film. Nessuno poteva entrare, Morris era il solo, ostinato spettatore, insieme al suo cane. Ma le voci del cinema, le sue musiche, per chi, chiuso nelle case della provincia italiana, voleva ascoltare volavano per lo stradone dalla pianura padana di Cà de Fabbri. Un incanto, una magia inattesa e una resistenza. Dove vorreste vivere? Al centesimo piano di un grigio grattacielo asiatico o nella sera di un cinema di periferia in attesa di spettatori? Non ho risposta mentre sto in equilibrio sui confini di una metropoli e, all’opposto, mi siedo fuori dalle porte del cinema Mandrioli. Ecco, ho seguito un filo che mi ha portato fuori strada. Mi hanno distratto, e ne sono felice, Giuseppe Cederna e i suoi amici greci, Anna e Michalis. Ho cercato di seguire i consigli di Andrea Bocconi per trovare i luoghi dell’anima. Ho preso treni regionali per viaggiare con Michele Marziani e Fabio Bertino su ferrovie che non portano nelle metropoli del Golfo. Così mi sono perso fra troppi mondi: ho dimenticato l’Argentina, a cui sono dedicate quasi la metà delle pagine di questo numero. Forse volevo starne lontano: il Covid è stato impietoso con i paesi latinoamericani, il perenne debito di Buenos Aires ha imprigionato quasi la metà degli argentini nella povertà. Poi ho saputo della lotta delle donne di questo Sud del mondo e ho ritrovato una strada verso una speranza. Alla fine ho incontrato Carlos Henrique Souto. Brasiliano venuto a vivere in Argentina per amore. Fotografo, artista, portiere dello stabile dove abita (la crisi argentina obbliga alle giravolte della vita), instancabile camminatore delle strade di Buenos Aires. Mai un giorno senza macchina fotografica. È lui che ci conduce fuori dal labirinto nel quale stavo perdendomi. «Bisogna camminare e aspettare l’inaspettato», dice Carlos. Bisogna seguire la luce che ha attirato i suoi occhi fin da quando aveva quindici anni. E allora, fra cartoneros e ballerini di tango, fra viaggiatori che sperano nella resurrezione della mitologia della Fine del Mondo, dell’oceano e delle cime andine, abbiamo ritrovato un fragile punto di contatto fra il labirinto confuso di questo numero di Erodoto e nuove strade da percorrere per riunire tutti questi mondi che ci sono apparsi in un tempo che non dimenticheremo. Non so come tenerli tutti assieme. Aspettiamo nuovi compagni di viaggio. Andrea Semplici

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